INTRODUZIONE
John Lennon una volta raccontò che quando era piccolo un giorno a scuola l’insegnante chiese agli studenti cosa volessero essere da grandi. Quando toccò a lui rispose “Felice”, al ché l’insegnante perplesso ribattè che forse John non aveva capito la domanda. Ma John di rimando rispose all’insegnante che “non aveva capito la vita”. Questa è una frase che mi ha sempre fatto pensare mettendomi ancora oggi in difficoltà su cosa realmente significhi vivere. Ad ogni modo anche Sam e Dean Winchester avrebbero qualcosa da dire in proposito.
La prima cosa di cui si accorse era che faceva fatica a mettere a fuoco la vista. L’ambiente che lo circondava era molto scuro e rischiarato debolmente per pochi metri attorno a lui da una luce grigia e cinerea, che rendeva tutto piatto e privo di colore. In effetti ovunque volgesse lo sguardo non riusciva a scorgere nulla, nemmeno all’orizzonte. Non distingueva alcun profilo che potesse suggerire qualche altura in lontananza. Volse la testa verso l’alto ma con il medesimo risultato, solo quel tenue chiarore grigiastro che sembrava quasi seguisse il suo sguardo. Non era impaurito ma solamente stupito, non riusciva a capire dove si trovasse né come ci fosse arrivato. Continuò per parecchi secondi a guardarsi tutt’attorno cercando di cogliere qualche cosa di diverso, qualche punto di riferimento, ma senza successo. Si rese conto di non provare né caldo né freddo, era in un ambiente perfettamente confortevole. Non sapeva da quanto tempo si trovasse in quel luogo, aveva appena preso coscienza di esserci ma non provava ne fame e sete quindi non doveva essere lì da molto tempo. Si grattò la testa come per costringersi a pensare e decise che era meglio non allontanarsi e sedersi un attimo a riflettere. Si accovacciò a terra a gambe incrociate e sfiorò il terreno con le mani Era perfettamente liscio e privo di asperità, quasi che fosse un pavimento ma con una consistenza leggermente gommosa anche se molto rigida. Non trasmetteva alcuna sensazione al tatto, nemmeno riusciva a distinguere una diversa temperatura. Era in perfetto equilibrio termico con il resto dell’ambiente. Decise di allungare le braccia appoggiandosi all’indietro e allungando le gambe davanti a se. Si guardò ancora una volta attorno, ma nulla era cambiato. Doveva ragionare e cercare di capire dove si trovasse, ma nonostante gli sforzi non riusciva riconoscere il luogo. Guardò il braccio appoggiato a terra e si accorse che non aveva l’orologio. “Dove era finito ?”. Era un regalo di sua moglie per il suo cinquantesimo compleanno ed era ormai dieci anni che lo indossava orgogliosamente. Era un bell’orologio in stile antico aeronautico, come quelli degli anni 30 ma automatico, un pezzo di valore che attirava sempre lo sguardo dei colleghi al lavoro. Di colpo si tastò il petto sotto la giacca, “che lo avessero picchiato e quindi derubato ?”. Anche il portafoglio era scomparso. Passò velocemente in rassegna tutte le tasche ma non trovò nulla. “Si, doveva essere così” era stato derubato e probabilmente drogato, per questo non capiva dove fosse o come ci fosse giunto. Gli montò una feroce rabbia contro i presunti aggressori che “avevano osato derubarlo di un così prezioso ricordo”, “che siate maledetti tutti quanti!” gridò nella sua mente. Doveva denunciare il furto il prima possibile, i responsabili dovevano essere presi e puniti. Quando era successo ? Aveva uno sfocato ricordo di dove i si trovasse in precedenza, gli sembrava che avesse a che fare con il lavoro, era appena uscito dal lavoro e si stava dirigendo a prendere la sua automobile dall’altro lato della strada. Quel giorno era giunto in ufficio con un po’ di ritardo a causa dei lavori e del traffico e il parcheggio interno era ormai pieno costringendolo a lasciare l’automobile all’esterno, in strada. Però i dettagli erano confusi, non era certo che questo fosse l’ultimo ricordo. “Sarà l’effetto della droga” pensò, “non mi sono ancora ripreso del tutto”. Decise di restare tranquillo ancora per qualche minuto cercando di riprendersi il più possibile. Chiuse gli occhi e fece un grosso respiro esalando l’aria lentamente e di colpo spalancò gli occhi spaventato. “COME MI CHIAMO ?” si domandò allarmato di non ricordarsi il suo nome. “Dunque, dunque, calmiamoci…” pensò cercando di riprendersi dallo spavento. “allora, io sono… io sono…” ma una totale nebbia mentale sembrava avvolgerlo come una pesante coperta, poteva anche sentirne il peso sulla testa. Cominciò a darsi dei colpi in testa con il palmo della mano pensando avrebbero potuto schiarirgli le idee, ma non successe nulla. Il suo nome era svanito, come l’orologio ed il portafoglio. Se almeno avesse avuto il portafoglio avrebbe potuto dare una occhiata ai documenti e ricordarsi di chi fosse. Ma così non era. “Dannazione, dannazione…” cominciò a schiumare di rabbia con se stesso, “Come è possibile che non mi ricordo il mio nome?” cercò di pensare più intensamente più e più volte. Si rialzò di scatto in piedi sperando di schiarirsi la mente. Proprio non riusciva a capacitarsi di cosa fosse successo, dovevano avergli dato una droga molto pesante per avere quegli effetti. Ma non si sentiva strano, era perfettamente lucido e non aveva mal di testa o lo stomaco sottosopra o qualche altro sintomo. Non che avesse esperienza di droghe, mai fatto uso in vita sua, ma aveva letto e visto in tv testimonianze che raccontavano di questi effetti collaterali. Lui semplicemente non ricordava. Eppure ricordava di avere una moglie, “si chiama…” buio assoluto, anche il nome di sua moglie gli era precluso. “Come era possibile ?”, “Lei è così, così…”. Cercò di visualizzare l’immagine del volto di sua moglie ma una serie di forme indefinite si affastellarono nella sua mente senza nessun volto chiaro e definito. Erano tutte forme immateriali, evanescenti che cambiavano continuamente forma, non riusciva assolutamente a ricordare il volto di sua moglie. Cominciò a crescere in lui una sensazione di paura salirgli dalla bocca dello stomaco, era stordito, non poteva credere di non ricordarsi le cose più ovvie. Era forse malato ? Stava forse sognando ? Era tutto questo solo un terribile incubo ? Si diede un pizzicotto su un braccio e sorprendentemente non sentì nulla. Voltò lo sguardo stupefatto verso il punto del braccio che aveva pizzicato e lo fece di nuovo con maggior vigore. Niente, non sentiva niente. Possibile che la droga avesse anche un effetto anestetico ? “Cerchiamo di essere razionali” si disse, “facciamo il punto. Non ricordo chi sono né come sono arrivato qui e nemmeno dove mi trovo e non ricordo neanche l’aspetto di mia moglie. Ma fisicamente mi sembra di essere in buona salute e di non avere subito traumi fisici. Sono senza documenti e beni personali ma per il momento non ho ne fame e sete.” Si sentì per un attimo meglio, in fondo poteva ancora ragionare in maniera lucida e questo gli dava la speranza di poter trovare una soluzione. Decise di provare a muoversi per vedere di trovare qualche riferimento, qualche cosa che gli facesse capire dove si trovasse e come uscirne. Una direzione valeva un’altra pertanto si disse “camminerò con un percorso a spirale, sessanta passi davanti a me e poi farò una svolta di novanta gradi a sinistra e camminerò per centoventi passi e così via aumentando ogni volta di sessanta passi.” andando a descrivere un percorso a spirale che si allontanava sempre più dal centro di partenza. Avevo letto da qualche parte di questa strategia che era utilizzata per la ricerca dei sopravvissuti e dispersi. “Si” disse fra se “farò così” e si incamminò cominciando a contare i passi. “Dunque se faccio un passo ogni secondo conto fino a sessanta e poi svolto a sinistra”. Contò fino a sessanta e si rese conto di non avere neanche il fiatone, ma prima di svoltare e ripartire si guardò attorno per vedere se fosse cambiato il panorama. Nessuna differenza, solo quella onnipresente luce grigia a rischiarare debolmente un ambiento totalmente scuro. Si voltò a sinistra di novanta gradi e riprese a camminare per il doppio dei passi. Improvvisamente si rese conto di non avere provato ad ascoltare se si udisse qualche suono o qualche rumore in lontananza e provò ad aguzzare l’udito. Ma dopo qualche istante si rese conto di non sentire assolutamente nulla, nessun suono, nessun rumore. Non un animale, non il rumore del traffico, non un aereo in lontananza, nemmeno un insetto, una mosca… “Molto strano” pensò “non sarò per caso diventato sordo ?”. Batté le mani e non sentì alcuno schiocco. Riprovò con più vigore ma non sentì nulla. “Allora sono davvero diventato sordo ?” si preoccupò immediatamente. La paura tornò di nuovo a farsi sentire, ora la situazione stava diventando preoccupante. Si rese conto di essere sordo e cieco anche se non provava alcuna sensazione particolare, ma l’effetto era quello. Attorno a se non riusciva a distinguere nulla, non aveva riferimenti e sembrava che non riuscisse a mettere a fuoco le immagini. Provò a gridare a squarciagola “Aiuto, aiuto…” ma non riuscì ad udire le sue stesse parole. Dimentico della strategia di ricerca cominciò a correre a caso da tutte le parti ma l’orizzonte non sembrava avvicinarsi o allontanarsi. In effetti non poteva giudicarlo perché non vi era un orizzonte. La luce era sempre della stessa intensità ovunque andasse. Avrebbe dovuto percepire delle differenze mentre il sole percorreva la sua orbita in cielo, lui non poteva vederlo ma la luce doveva comunque cambiare.
Invece non aveva notato nulla di tutto questo, la tenue luce che rischiarava solo pochi metri di spazio intorno a lui era sempre identica, grigia e incolore… “Ma che diavolo…” si stupì di notare solo ora che guardandosi non riusciva a scorgere colori, anche i suoi abiti e la sua pelle erano tutti tendenti al grigio. Come era possibile ? Che i suoi occhi come le orecchie fossero in qualche modo stati danneggiati o erano malati ? Ma come era accaduto ? “No” rifletté “doveva essere colpa di questo posto”, “in qualche modo assorbiva i colori ed il suono.”. “Si” soddisfatto della sua intuizione continuò “qui c’è qualcosa che assorbe o che soffoca le onde sonore e lo spettro della luce visibile” si disse trionfante di avere trovato la soluzione. “Il fenomeno non poteva essere naturale”, non aveva mai sentito di luoghi simili, “doveva essere per forza artificiale.”, “Ho capito” pensò illuminandosi in volto “mi trovo in una camera di privazione sensoriale”, doveva essere l’unica spiegazione. “Ma perché era stato messo in quel posto, chi aveva interesse a tenercelo e perché?”. Queste domande per il momento non avevano risposta. Di colpo d’improvviso un tremendo rombo assordante, quasi fisico si abbatté su di lui come un maglio, talmente possente da schiacciarlo e costringerlo ad inginocchiarsi a terra coprendosi con le mani le orecchie. Sembrava quasi una frenata o un grido di donna, stridulo come le unghie su una lavagna ma ad un volume altissimo come il motore di un jet. Durò solo un paio di secondi ma lo lasciò stordito e tremante dallo spavento. Non aveva mai udito un suono così agghiacciante in tutta la sua vita. Si guardò attorno con sguardo terrorizzato e il fiatone provando a rialzarsi lentamente in piedi, ma era ancora barcollante e con la testa frastornata. Non riuscì a capire da dove provenisse quel suono agghiacciante, sembrava dall’alto dietro di lui. “Come era possibile ? Non poteva udire alcun suono eppure questo lo aveva udito“. Era come se lo avessero colpito con una mazza. “Poteva essere un tipo di arma sonica ? Era forse diventato il bersaglio umano per testare delle nuove armi ? Ecco perché l’ambiente era fonoassorbente, dovevano analizzare il funzionamento della nuova arma.” “Ma perché su di lui, a quale scopo ?”. “E se invece volessero solo torturarlo?”. “Era tutto molto strano, troppo strano, non riusciva a capirci nulla”. In quel momento fu consapevole che forse poteva anche non farcela ad uscire da quella assurda situazione. Decise di continuare a muoversi nella speranza di trovare qualcosa, qualsiasi cosa ma quel terribile suono ancora gli martellava la testa. Vagava sperduto verso un orizzonte immobile e dopo un tempo indefinito decise di fermarsi, nulla cambiava del triste e grigio panorama attorno a lui. “Se mi trovo all’interno di un luogo chiuso doveva essere colossale, estendersi per molti chilometri” pensò. “Tutto questo era senza senso”. Ora la vera paura lo attanagliò allo stomaco, erano passate probabilmente diverse ore e non era riuscito a giungere a nessuna conclusione. “Cosa poteva fare ?”. Si sedette nuovamente a terra con la testa appoggiata alle ginocchia. Una lacrima scivolò sul suo volto teso, temeva di non farcela a rivedere… “Chi ?”, “chi non avrebbe più rivisto ?”. Si stupì un istante di non ricordare di chi avrebbe sentito la mancanza, era sicuro che ci fosse qualcuno legato a lui ma non riusciva a ricordare. Ci pensò su ancora qualche istante ma senza successo. “Mi tornerà in mente, ora sono stanco e spaventato” si consolò mentalmente, ma non ne era veramente sicuro. Aveva ancora la testa appoggiata alle ginocchia quando di nuovo senza preavviso il rumore assordante lo colpì alla testa da dietro. Questa volta nonostante il boato di fondo riuscì a cogliere un frammento di parola “…erdiamo…” anche se non capì se era una voce maschile o femminile. Sembrava quasi una parola da una frase urlata ma il frastuono confondeva ogni cosa. Gli ci volle qualche istante per riprendersi ma meno della prima volta. Con la testa che gli ronzava si alzò nuovamente in piedi per cercare di vedere qualcosa verso l’alto, dalla direzione da cui proveniva il boato, ma anche stavolta senza riuscire a notare nulla. Deluso e amareggiato cercò di concentrarsi su quanto aveva udito o pensava di avere udito “…erdiamo…”, “cosa potrebbe significare ?”. Non riusciva a cogliere il senso di quella parte di parola, sempre che la avesse udita correttamente o che se la ricordasse correttamente. Era tutto molto nebuloso e nel suo stato attuale poteva benissimo avere capito male. Ad ogni modo continuò a pensarci su ma non riusciva a dare un senso compiuto alla parola. Non aveva molto senso, perché un suono di una intensità da farti barcollare doveva assomigliare alla parola “… che parola era?”. Sempre più confuso decise di riprendere a fare quello che faceva prima. “Si, ma cosa stavo facendo prima ?”. Cercò di concentrarsi sugli istanti precedenti al suono ma non riusciva a ricordare cosa stesse facendo. “Se non me lo ricordo non doveva essere così importante” si giustificò. Si guardò intorno e notò che l’ambiente era rischiarato debolmente per pochi metri attorno a lui da una luce grigia e cinerea. “Mi sembra che sia tutto a posto” pensò tra sé. Guardò verso il terreno e solo in quel momento si accorse di non vedere la sua stessa ombra. Non si stupì più di tanto era del tutto normale e decise di sdraiarsi a terra per riposarsi anche se non si sentiva affatto stanco o affamato. Poi chiuse gli occhi.
Il grafico sul monitor disegnò un ultimo balzo luminoso e poi si stabilizzò su una linea piatta. “E’ andato, lo abbiamo perso” annunciò il chirurgo mentre estraeva le mani dall’addome dell’uomo. “Ora del decesso 10:52, paziente sig. John Willoby, età 60 anni, incidente automobilistico…”, “Causa del decesso, vasta emorragia interna dovuta a lesioni multiorgano e al cranio nell’area occipitale destra in conseguenza di schiacciamento”. Si mosse verso la porta di uscita dalla sala operatoria “Lascio a voi terminare le procedure signori”, disse il chirurgo sfilandosi i guanti insanguinati e dirigendosi verso il bagno di servizio. Gli assistenti si scambiarono un cenno di assenso e cominciarono a richiudere con lo sguardo triste.
John Willoby aprì gli occhi e si sollevò da terra. Vedeva la solita rassicurante luce grigia che rischiarava l’ambiente. Tutto era a posto, si sentiva bene, protetto e soddisfatto, nulla lo preoccupava. John Willoby fece un gran sorriso, si trovava dove doveva essere e dove sarebbe sempre stato.
