INTRODUZIONE
Tutti abbiamo fantasticato di vivere una vita diversa, magari piena di avventure, potere e denaro. Ma se potessimo davvero rivivere la vita di qualcun altro? Saremmo ancora felici di vivere la nostra? Sono domande a cui solo psicologi e filosofi possono tentare di rispondere. Ma il nostro cervello sarebbe d’accordo?
Le porte scivolarono silenziosamente ai lati non appena si avvicinò all’ingresso. All’interno diverse alcove di estraniazione erano ancora disponibili. Delle dodici stazioni attrezzate, solamente tre erano occupate. Prese posto in una alcova in posizione centrale e si accomodò appoggiando il polso sul sensore biometrico di riconoscimento. Un tizio a ridosso della parete di fondo si voltò un istante ad osservare. Una schermata verde confermò che era tutto in ordine e cominciò quindi ad indossare il set che era disponibile sul piccolo ripiano. Si sistemò il microvisore davanti agli occhi come indicato dalle istruzioni impresse sulla parete dell’alcova e sfiorò il tastino di avvio posto a fianco del minuscolo apparecchio.
Il mondo divenne improvvisamente scuro sino a svanire per poi tornare rapidamente ad illuminarsi. Era all’aperto, in piedi nel bel mezzo di un campo coltivato tra filari di alberi e prati. Annusò l’aria, era fresca e profumata di fiori di campo e di miele.
Con guizzi veloci le rondini garrivano alte nel cielo compiendo ampie piroette mentre le api ronzavano indaffarate tutt’attorno. Girò la testa a destra e a sinistra per abbracciare l’intero orizzonte di fronte a se. Sulla sinistra notò la stradina di terra battuta che si inerpicava faticosamente su per la tozza collina fatta di terra di colore marrone scuro ancora bagnata a causa della pioggia caduta evidentemente da poco. I cumulonembi scuri e maestosi nel cielo andavano diradandosi mentre il sole tornava a fare capolino proiettando raggi luminosi che incendiavano le nuvole di intense sfumature color grigio e oro. In cima alla collina si ergeva una rozza fortezza brulicante di vita. Carretti e animali entravano e uscivano dal massiccio arco di ingresso con imponenti portoni spalancati e due guardie armate all’ingresso. Ogni tanto qualche carro o viandante veniva fermato con la picche spianate e perquisito sino a quando le guardie non fossero state soddisfatte. Era tutto incredibile, provava e percepiva le sensazioni come reali, lei era davvero lì in quell’antica località della Francia del tardo VIII secolo, poteva sentire l’aria che le accarezzava il volto e scompigliava i capelli. Ma sapeva anche che in realtà stava semplicemente rivivendo i ricordi di qualcun altro, qualcuno che aveva realmente vissuto la sua vita in quel luogo ed in quel tempo. Rhoana Guttridge, insegnante di storia presso la Northern School di Pasadena non si sarebbe mai sognata un giorno di poter rivivere la vita di una persona di un epoca precedente. La recente tecnologia di estrazione della memoria genetica aveva permesso di decodificare i ricordi di moltissime persone morte ormai anche da migliaia di anni. Ogni volta che un archeologo scovava un cadavere che per un caso fortuito si era conservato meglio del dovuto (a causa di mummificazione, congelamento, sprofondato in acque melmose prive di ossigeno, coperto da una colata di fango o altro), si procedeva immediatamente ad isolarne i brandelli di tessuto ancora presenti e ad estrarne il DNA. Da questo, la nuova tecnica di sequenziazione filogenetica comparata, consentiva di estrarre tutti i ricordi della vita vissuta dalla persona. Una copia delle memorie veniva poi distribuita presso i vari centri di ricerca per gli studi necessari ma dopo due anni la multinazionale “RiViVi” (che stava per RIcorda una VIta VIssuta) ne acquisiva i diritti di sfruttamento commerciale e la trasformava in un Best Seller nel più che florido mercato degli innesti mnemonici ad uso ricreativo. La memoria genetica era sempre stata teorizzata ma solo con il recente avvento dei computer quantistici e le IA si era potuto procedere allo sviluppo della tecnologia necessaria. Era tutto troppo incredibile e fantastico. Rhoana si incamminò verso la fortezza dirigendosi all’ingresso, evidentemente la contadina della quale stava rivivendo i ricordi aveva qualcosa da sbrigare al suo interno. Sentiva la fatica della salita lungo quella strada infangata e piena dell’odore di escrementi animali che per il calore diventava ogni istante più intenso. Ma stranamente non gli prestava alcuna attenzione. Era chiaro che in quell’epoca era considerato un normale odore di cui era provvisto mondo. Giunse al limitare dell’ingresso e si aspettava che le due guardie armate la fermassero ma non accadde, una la guardò facendole l’occhiolino mentre l’altra fece una battuta riferita al suo fondoschiena. Lei reagì con un gran sorriso e poté proseguire tranquillamente con le rozze scarpe che affondavano nella melma e si riempivano e svuotavano di fango ad ogni passo. Si accorse di continuare a pensare a se stessa come Rhoana, ma in realtà i ricordi erano quelli di una ragazza di circa 19 anni chiamata Lisella. Era facile dimenticarsi di non stare vivendo la propria vita ma quella di qualcun altro. Il solo elemento a smentirlo era il non essere liberi nel controllare questa esperienza. Non si poteva dire o fare quello che si voleva come accadeva nella realtà anche virtuale in quanto un ricordo era un fatto realmente accaduto e pertanto fisso ed immutabile. Le azioni compiute dall’originale (così veniva chiamata la persona dal quale erano stati estratti i ricordi) si sviluppavano secondo l’ordine in cui si erano realmente svolte. Era come essere una marionetta nel corpo di un altro che agiva in maniera autonoma e non poteva essere controllato. Si era spettatori passivi che assistevano al susseguirsi degli avvenimenti sentendo su se stessi i pensieri, le azioni, le sensazioni e le emozioni dell’altro. Ma almeno all’inizio si manteneva comunque una parte della propria individualità e si poteva fare un paragone in termini di sensazioni tra l’originale e se stessi. Ma con il tempo, piano, piano ci si lasciava avvolgere dall’altra persona dimenticandosi del vero io. Si sfilò il visore ancora stupita dell’estremo realismo di quanto aveva visto, no il termine corretto era di quanto aveva rivissuto.
– Allora cosa ne dice? – chiese il commesso del negozio con sguardo compiaciuto, – Lo compro! – rispose Rhoana con enfasi. Un sorriso si dipinse sul volto del commesso che si allontanò per prendere una confezione nuova dallo scaffale. Rhoana pagò e si allontanò in fretta in preda all’euforia. Con quello strumento sarebbe diventata la migliore insegnante di storia della scuola, i suoi studenti avrebbero amato le sue lezioni. Era quello che Rhoana sperava, aveva proprio bisogno di una iniezione di fiducia e di aumentare la propria autostima. Negli ultimi anni le cose non erano andate propriamente bene, prima la chiusura della vecchia scuola dove insegnava, poi i problemi di lavoro di suo marito Gregor che aveva letteralmente messo in ginocchio l’economia del loro matrimonio. Fortunatamente Gregor aveva trovato un nuovo impiego, migliore anche del precedente ma non a Charlotte dove Rhoana era nata e aveva sempre vissuto, ma a Pasadena in California a ben 2.400 miglia di distanza, praticamente una nuova vita. Ma la “Oswald & Allen” la nuova azienda di Gregor era proprio una occasione unica che non potevano farsi sfuggire. Si ricordava ancora del dolore provato a dover rinunciare alla sua vecchia vita e soprattutto alle vecchie abitudini. Tutte le amicizie, i luoghi cari della sua infanzia e adolescenza dovevano essere abbandonati a favore di nuovi orizzonti e prospettive. Ma per Rhoana si trattava di un passo enorme, essere sradicati dalle proprie radici. Ma la cosa che più le aveva fatto male era stato lasciare quei luoghi dove con Gregor aveva fatto l’amore sperando di restare incinta. Una volta c’erano quasi riusciti ma ora, ricominciare una nuova vita significava mettere i figli in secondo piano sino a quando non si fossero sistemati a dovere. Rhoana aveva però una promettente prospettiva, il visore “MemGen” così si chiamava mettendo insieme i termini memoria e genetica, l’avrebbe aiutata molto nel suo insegnamento della storia. Era giunto il momento di colorare le lezioni con aneddoti e informazioni di solito del tutto assenti nei normali programmi educativi. Sapeva che per conquistare ed appassionare quel gruppo di ragazzini ci volevano dettagli crudi e scabrosi della vita nel lontano passato. Al giorno d’oggi i teenager venivano esposti dai media ad ogni forma di condizionamento psicologico e morale, al fine di farli diventare schiavi da qualche passione o prodotto ed incrementare le vendite della multinazionale di turno. Comunque bisognava riconoscere che in confronto a lei erano molto più svegli e disincantati a riguardo della vita. A Rhoana questo dispiaceva, saltare dalla fanciullezza all’età adulta senza passare per l’adolescenza era una perdita enorme per la psiche umana che non aveva il tempo di maturare in modo completo. Mancava un pezzo alla loro consapevolezza della realtà e Rhoana aveva deciso di fornire quel pezzo mancante con le sue lezioni di storia. Quale materia migliore per comprendere la nobiltà d’animo e le miserie dell’uomo? Sperava che questo li avrebbe aiutati a maturare e rendersi conto di ciò che avevano perso e magari decidere di fare di meglio.
Parcheggiò l’auto nel vialetto di casa notando che Gregor non era ancora rientrato – Bene – pensò tra se – Sono solo le 15:00, ho tutto il tempo di giocare un po con il MemGen – Entrò in casa e lasciò la giacca e lo zaino scolastico adagiati sulla poltrona posta vicino all’ingresso, senza preoccuparsi di sistemare le sue cose al loro posto. Si adagiò comodamente sul divano appoggiando la scatola sul tavolino di fronte. Scartò velocemente la plastica protettiva e le chips di polistirolo che volarono in giro mentre estraeva i pochi componenti, il microvisore, la basetta di ricarica, lo scarno manuale stampato con impressi i loghi olografici e l’onnipresente raccomandazione di non oltrepassare i trenta minuti di utilizzo ogni otto ore. In realtà, i trenta minuti di riproduzione mnemonica equivalevano ad una durata di un’ora e mezzo. Il cervello si sovraccaricava di una quantità di informazioni tripla di quella del mondo reale e questo causava un precoce invecchiamento delle sinapsi ed in diversi casi una sovrascrittura della memoria sia a breve che a lungo termine. Il risultato era la perdita di contatto con la realtà ed un costante vivere in un mondo onirico, il quale in poco tempo causava un collasso psicotico che sfociava in veri e propri distacchi di parte della materia grigia causando quindi la morte, veniva chiamata “Sindrome da Scollamento Connettivo” o SISCO come si diceva in gergo medico. Aveva visto il commesso mettere in funzione il visore in negozio perciò lo attivò senza indugi e se lo calò sul volto. Fece scorrere le schermate iniziali e si registrò per poter accedere alla vasta libreria di memorie genetiche disponibili a noleggio. Erano suddivise in tre fasce di avvertenza, nella prima vi erano le memorie semplici e adatte a tutti, la seconda fascia invece era destinata solo ad un pubblico adulto in quanto comprendeva memorie relative a momenti intimi e privati, ma la terza era la vita vera come era stata vissuta, senza l’intervento del montaggio in sala di regia e senza censure o ritocchi, pertanto potevano sfociare in violenza e soprusi così come erano accaduti. Ci voleva una grossa dose di coraggio e di autocontrollo per non finire sovrastati dalle memorie di terzo livello, i notiziari erano pieni di casi di persone improvvisamente impazzite che agivano senza controllo prima di cadere sotto il fuoco della polizia o di morire per i danni al cervello. Ma Rhoana non si lasciò intimorire dagli avvertimenti e cominciò a sfogliare proprio queste ultime alla ricerca della memoria che aveva visto in negozio. Era solo una demo ma per puro caso era proprio la memoria che Rhoana stava cercando, la vita nel periodo del medioevo in un piccolo borgo agricolo. Ci impiegò qualche minuto ma alla fine trovò proprio quella memoria della quale aveva avuto solo un piccolo assaggio. Scaricò la sua copia in memoria e ne acquistò la versione completa online, poi appena avuta la conferma fece partire la registrazione. La transizione durò solamente un istante e Rhoana si ritrovò nella radura già conosciuta con la testa leggermente barcollante. La sensazione svanì velocemente e poté nuovamente osservare il panorama. Ancora le nubi, le rondini, la brezza sul volto e quella rozza fortezza sulla bassa collina. Rifece il percorso del mattino ed oltrepassò il massiccio portale d’ingresso sorvegliato. Ora era dentro la fortezza e cominciò a rivivere quello che c’era oltre la breve demo che aveva già visto, da ora in poi era un ricordo nuovo per lei. Un garzone che trasportava alcuni piccioni pronti da cucinare la salutò – Bienvenue Liselle, une autre demande du propriétaire ? – Rhoana restò stupita un attimo nel sentire parlare in francese e si affrettò ad impostare il traduttore automatico su Americano che tramite una IA traduceva e faceva muovere le labbra dell’interlocutore in modo da coincidere con le parole pronunciate. Dunque la donna si chiamava Lisella che proseguì per la sua strada senza degnarsi di rispondere e affrettò invece il passo. Rhoana si rese conto che la pavimentazione fatta di pezzi di roccia accostati alla meno peggio rendevano difficile e pericoloso camminare con quelle scarpette di tessuto rinforzato da un sottile strato di pelle. L’effetto le ricordava le scarpette delle ballerine di danza classica che aveva indossato per qualche tempo da bambina quando sua madre aveva insistito per farle avere delle lezioni a scuola. Un piede di Lisella scivolò nella fessura tra una roccia e l’altra della pavimentazione picchiando dolorosamente il mignolo destro e Rhoana sentì tutto il dolore che Lisella provò in quel momento. Si sorprese che la memoria le trasmettesse anche queste sensazioni con tale intensità. Era come se fosse stato il suo stesso mignolo ad essere ferito, ma Lisella strinse i denti, ignorò il dolore e proseguì verso l’interno della fortezza. Fece alcune svolte nelle ampie stanze bene arredate e salì una rampa di scale, anch’essa rozza come il resto per poi arrestarsi davanti ad una imponente porta in legno decorata di semplici intarsi. Cercò di aggiustarsi il misero vestito e bussò accostandosi con un punta di ansia ad un lato in attesa di una risposta. La porta si aprì lentamente con un sommesso cigolio aprendo un varco appena sufficiente a lasciarla scivolare dentro. All’interno nella semioscurità si stagliava l’imponente mole di Carlo il Grosso, signore della fortezza e di quelle terre, governatore della Alemagna e suo futuro re. – Alla buon’ora! – esclamò lui – Le porgo le mie scuse per il ritardo vostra signoria – recitò Lisella facendo un leggero inchino – Si, si – rispose lui di rimando agitando la mano grassoccia ancora seminascosto dall’oscurità. – Avanti spogliati che ho poco tempo – disse con voce impaziente. Lisella scostò le spalline lasciando scivolare l’abito sul suo corpo sino a terra, restando nuda davanti agli occhi vogliosi del suo signore. Senza perdere tempo, Carlo la afferrò per le spalle e la fece voltare costringendola al contempo a piegarsi in avanti mentre le bloccava le braccia da dietro. Lisella non fece resistenza e divaricò le gambe. Rohana provò il dolore di Lisella quando Carlo la penetrò con forza da dietro ma il dolore svanì velocemente. Invece del piacere, una totale insensibilità si fece strada in Rhoana seguita dalla consapevolezza di un freddo calcolo che le pervase la mente. Si rese conto che quel momento non era frutto della casualità, ma si stava compiendo un piano a lungo congegnato. Mentre Lisella sussultava sotto i colpi violenti del suo signore, il suo sguardo indugiava attorno alla stanza sino ad individuare dove Carlo aveva appoggiato le proprie vesti ed al taschino dove conservava il suo pregiato anello con la perla incastonata ed incise le proprie iniziali. Carlo emise un ultimo gemito e spinse via Lisella che incurante del liquido seminale che le colava tra le gambe, si chinò a raccogliere la propria veste. Con un gesto furtivo quasi a sembrare un solo movimento, sfilò l’anello dal taschino della casacca nascondendolo nella propria veste mentre la indossava. Rhoana sentiva il cuore di Lisella che batteva con forza ma sotto controllo, senza cedere al terrore di quello che sarebbe potuto accadere se fosse stata scoperta. Carlo si sollevò rialzandosi le brache mentre prendeva un sacchetto appoggiato sulla credenza accanto. – Tieni – disse a Lisella con fare compiaciuto – Sei stata brava -, – Grazie mio signore – rispose Lisella mentre afferrava il misero sacchetto di riso ricevuto come ricompensa. – Domani alla stessa ora ? – osò pronunciare Lisella con voce suadente – No – rispose seccamente Carlo – Questi giorni ho da fare. Ti farò convocare quando ne avrò voglia. Ora vai -, – Come desideri mio signore – rispose Lisella cercando di nascondere un sorrisetto che si faceva strada con forza sul suo volto. Si diresse verso la porta ed uscì velocemente.
Rhoana si sfilò lentamente il microvisore e cercò di calmarsi. Era profondamente scossa da ciò che aveva visto e provato. Sentiva ancora il calore tra le gambe di quel rapporto sessuale forzato e privo di alcun piacere. Era opinione comune che nelle epoche passate le persone dei ceti inferiori fossero molto remissive nei confronti dei signori locali. Le punizioni per una qualsiasi azione non permessa erano assolutamente terribili e spesso definitive. Si viveva nel costante terrore di commettere qualche sbaglio anche se involontario e per questo perdere un arto (una mano, una gamba) o venire accecati o con la lingua strappata. Ma come Rhoana aveva appena assistito, questo non corrispondeva alla realtà. Tutti in un modo o nell’altro cercavano di sopravvivere, una specie di gioco del gatto col topo, un vita sul filo del rasoio costante. L’ovvio scopo era di ottenere una rivincita sugli oppressori e magari anche una ricompensa per tirare avanti. Rhoana cominciava a rendersi conto di quanto fosse veramente dura la vita nelle epoche passate e cominciò a guardare a Lisella con ammirazione. Si domandò se lei stessa avrebbe un giorno potuto diventare così fredda e calcolatrice come Lisella sembrava poter fare. Di sicuro questa abilità portava degli evidenti vantaggi. Sentì sul vialetto l’arrivo di una automobile, era Gregor che stava rientrando. “Possibile che fossero già trascorse tre ore?” si chiese Rohana un po’ sorpresa. Rimise velocemente l’attrezzatura a posto, recuperando gli imballaggi e la nascose all’interno della cassapanca che stava sotto la finestra. Non si accorse che una chips era scivolata poco sotto al divano nascondendosi alla vista. Gregor entrò in casa esclamando il solito saluto “Ciao amore sono rientrato”. Rhoana gli si avvicinò e gli diede un bacio di benvenuto mentre Gregor si toglieva la giacca e si allentava la cravatta. “Tutto a posto tesoro? Mi sembri affaticato.”, chiese Rohana notando la fronte corrugata del marito. “Il gran capo dice che siamo sotto con il budget e minaccia di mandare via qualcuno per compensare” rispose Gregor “e guardava me mentre parlava” concluse. Rhoana ebbe un leggero giramento di testa e un rapido flash bianco davanti agli occhi. Gregor notando lo sbandamento della moglie si preoccupò immediatamente, sapeva che quella notizia avrebbe preoccupato anche lei. “Tesoro, tutto a posto?” chiese con un leggera punta di preoccupazione. Ma Rhoana si era già ripresa e rispose senza esitazione, “Tutto OK” ero seduta male sul divano e alzarmi così velocemente mi ha dato un leggero giramento di testa. “Va bene” rispose Gregor senza troppa convinzione.
Quella notte Rhoana non riusciva a dormire e il sommesso russare di Gregor non era la causa della sua insonnia. In effetti non riusciva a prendere sonno al pensiero che Gregor potesse perdere il lavoro e continuava a pensare (dovette ammetterlo a se stessa) anche a Lisella. Se Gregor avesse perso il lavoro sarebbero stati guai seri. Il mutuo della casa non era sostenibile solo con il solo stipendio da insegnante che lei percepiva e avrebbero dovuto ipotecarla. Rhoana sapeva bene che questo per Gregor sarebbe equivalso ad una vera e propria sconfitta, ed il suo ego ne avrebbe fortemente risentito con il rischio di cadere in depressione. Non voleva rivivere quel tipo di situazione, la aveva già sperimentata da bambina. Sua madre, alla morte della sorella gemella, era caduta in uno spaventoso stato di depressione dal quale non si era più ripresa. Suo padre fu costretto quindi a ricoverarla presso una clinica nella quale sarebbe poi morta alcuni anni dopo. Ricordava bene il senso di impotenza e disperazione che la aveva attanagliata per lunghi anni assieme al padre. Le interminabili serate piene di un angosciante silenzio anche durante la cena. Il rumore di un piatto o il clangore di una posata diventavano una offesa alla madre assente e la facevano sentire in colpa. Era stato un bruttissimo periodo, tutto il mondo le appariva grigio e insignificante e sembrava che nulla di divertente avesse più il diritto di esistere. “No” si disse “non poteva accadere di nuovo, non lo avrebbe sopportato”. Cominciò a ragionare su come fare ad aiutare suo marito, ma non riusciva a concentrarsi, il suo pensiero tornava continuamente su Lisella come una calamita. Ormai stanchissima, mentre già il chiarore dell’alba si affacciava alla finestra Rhoana cadde in un sonno nervoso e agitato.
Il trillo della sveglia si insinuò nella sua mente che dapprincipio non riuscì a comprenderne il significato. Aprì a fatica un occhio e vide la luce del sole che ormai era sopra l’orizzonte, si sentiva come se non avesse dormito affatto. Probabilmente era così, ma doveva alzarsi per andare a scuola a fare lezione.
Una tempia le pulsava, segno evidente dell’arrivo di un feroce mal di testa che l’avrebbe accompagnata per tutto il giorno. Notò con una punta di invidia Gregor ancora sotto le coperte che dormiva. La sua sveglia gli regalava altri trenta minuti di riposo, ma Rhoana doveva sbrigarsi, sapeva che il traffico in direzione della scuola era sempre elevato e non poteva correre il rischio di fare tardi. Trangugiò una pasticca anti emicrania con un caffè avanzato dalla sera prima. Non aveva tempo di prepararne di fresco e si vestì per uscire prima ancora che Gregor si svegliasse. All’ultimo istante, si girò e andò verso la sala ad aprire la cassapanca. Il set del memrec era ancora lì dove lo aveva nascosto. Senza pensarci aprì lo zainetto e lo infilò dentro, cercando di non fare rumore con la zip. Si sentì subito meglio, quasi che quel piccolo apparecchio tenuto nascosto le trasmettesse la forza di andare ancora avanti. Mentre si rialzava ebbe nuovamente uno sbandamento seguito dal flash negli occhi. Per un istante si spaventò, ma durò solo un paio di secondi e scomparve. Rhoana diede la colpa alla nottata praticamente in bianco e al mal di testa che cominciava a farsi strada. Gregor aveva appena aperto gli occhi e attraverso la fessura lasciata dalla porta vide ciò che Rhoana aveva appena fatto. Quando sentì la porta di casa richiudersi si alzò velocemente e andò ad aprire la cassapanca. Non vi era nulla di insolito all’interno. Un piccolo riflesso gli balzò agli occhi proveniente da sotto il divano che catturò la sua curiosità. Sbirciando cautamente sotto al divano, notò un piccolo fiocco di polistirolo grigio cupo. Allungò le dita per afferrarlo e solo allora si accorse che aveva impresso il marchio della Ri.Vi.Vi. Perché Rhoana aveva acquistato l’apparecchiatura a sua insaputa ? Eppure ne avevano discusso varie volte di quanto fosse pericoloso quell’aggeggio. A cosa poteva mai servirgli ? si domandò Greg con preoccupazione.
Rhoana procedeva spedita verso l’aula, con i tacchi che risuonavano nel corridoio della scuola. Sentiva già a distanza il vociare dei ragazzi ed il suo nervosismo prese subito a salire. “Possibile che non riescano a starsene tranquilli in aula tra una lezione e l’altra ?” si domandò spazientita. Spalancò di colpo la porta con più di energia del necessario mandandola a sbattere fragorosamente contro la parete. L’improvviso rumore fece voltare la testa a tutti gli studenti che reagirono con espressioni di sorpresa e spavento, ma appena la videro si acquietarono velocemente, tutti tranne la solita Violet che continuò a far finta di nulla proseguendo il suo ballo osceno con le cuffiette alle orecchie. Diversi ragazzi continuavano a far correre lo sguardo da Violet a lei e viceversa, non riuscendo a decidere cosa avesse la precedenza, se i loro ormoni stimolati dalle mosse del corpo di Violet o se il rimprovero dell’insegnante da li a poco. Rhoana attese qualche secondo cercando di calmarsi e per dare a Violet il tempo di interrompere il ballo, ma la ragazza sembrava volere sfidare la sua autorità. Qualche studente maschio cominciò a trovare divertente la situazione cominciando a sghignazzare senza preoccuparsi di mascherarlo. Un paio di mani si mossero a riprendere la scena con il cellulare. Rhoana si sentiva totalmente ignorata e privata della sua autorità. La rabbia per quella piccola troietta impertinente si tramutò in un urlo “VIOLET!” gridò rivolgendosi alla ragazzina. Violet si girò lentamente guardandola con espressione offesa mentre si sfilava le cuffiette quasi a dire “me le tolgo ma solo perché mi va a me”. Rhoana con uno sforzo malcelato fece un sorriso a denti stretti – Grazie Violet. Ora se volete tutti accomodarvi vorrei iniziare la lezione – Attese qualche istante che i ragazzi si sistemassero e dopo averli scrutati tutti quanti cominciò esordendo – So che a voi potrà sembrare strano ma ho da qualche giorno cominciato ad usare un “MemGen” – I ragazzi fecero qualche esclamazione sorpresa e divertita mentre alcuni annuirono. Tra i giovani le memorie genetiche erano di uso comune e tutti sapevano anche il rischio di assuefazione che derivava dal loro uso. I notiziari erano spesso teatro di dibattiti sull’utilizzo di questa nuova tecnologia, di innegabile ed insuperabile valore storico e di accrescimento delle conoscenze del passato, ma anche di strumento di facile assuefazione. Vi erano molti casi ormai accertati di danni cerebrali permanenti nei confronti di chi ne avesse abusato. Era in corso di discussione al senato un disegno di legge che avrebbe obbligato chiunque ne facesse uso a seguire un corso obbligatorio per ottenere un patentino di autorizzazione. Inoltre era prevista una visita neurologica annuale. Molti erano ovviamente contrari a questa limitazione d’uso che veniva vista più come un tentativo di controllo da parte delle autorità piuttosto che un metodo si salvaguardia della salute. Ad ogni modo era già ampiamente diffuso un sottobosco di memorie genetiche clandestine di contrabbando che sfuggivano ad ogni controllo. Rhoana proseguì – Sto rivivendo la vita di una contadina del tardo ottavo secolo, presso una località francese. Guarda caso sto parlando proprio del periodo storico che dovremo affrontare questo trimestre – I ragazzi seppure sorpresi cominciarono a seguire con interesse le sue parole scambiandosi qualche risatina tra di loro. “Bene” pensò Rhoana “ho catturato la loro attenzione”, “Adesso li attirerò nella mia tela e non potranno sfuggire” disse a se stessa. Ma nello stesso istante si accorse che quel pensiero era per lei qualche cosa di nuovo, mai provato prima, che non faceva parte della sua natura e se ne stupì. Stranamente no provava alcun disagio, invece si sentiva sicura e motivata. Pertanto accantonò quel dubbio e cominciò a raccontare con dovizia di particolari.
Lisella, guardava con interesse l’anello che aveva tra le mani, pensando a quanto denaro il signore le avrebbe dato in cambio dell’anello e del suo silenzio. In fondo a lei bastava solo indossarlo e quando inevitabilmente qualcuno lo avesse notato e chiesto al riguardo di quel piccolo tesoro, sarebbe stato sufficiente mostrarlo più da vicino per far notare le iniziali incise e togliere ogni dubbio. Il pettegolezzo, lo sapeva, si sarebbe sparso in fretta e sarebbe infine giunto sino al re padre, che di certo non avrebbe gradito e questo avrebbe compromesso ai suoi occhi la posizione del figlio, Carlo il Grosso. Di certo avrebbe pagato la somma che Lisella aveva in mente pur di mettere a tacere la cosa e riavere indietro l’anello. Con quella somma Lisella avrebbe potuto andarsene e rifarsi una vita, per lei e per il bambino che aveva in grembo. Lo sfiorò d’istinto con la mano sapendo che era ancora troppo presto perché ci fosse qualche movimento. Ma già amava quella piccola creatura che stava nascendo dentro di lei. Avrebbe avuto la fortuna di essere un discendente bastardo di una vera dinastia reale. Non gli avrebbe donato fortuna e ricchezze, ma di certo la capacità di cavarsela da grande ed un sicuro portamento regale. Ma prima doveva farlo sapere a Carlo in modo da organizzare la transazione per l’anello e filarsela alla svelta. Lisella non era stupida, sapeva che stava rischiando la vita in quel gioco di ricatti. Ma si era preparata, aveva la sua assicurazione, Brunilda, la governante della moglie di Carlo. Caso vuole che fosse una sua lontana parente e che pertanto, se le cose si fossero messe male, avrebbe fatto sapere a tutti la notizia del figlio bastardo di Carlo e della tentata compravendita del silenzio di Lisella.
Rhoana si sfilò con un certo sforzo il visore dalla testa, era quasi impossibile tornare alla realtà. Quell’ambiente, quell’epoca, quelle persone, così vive, vere e decise. Avevano una forza ed una determinazione che non esisteva più ormai da lungo tempo nella società moderna, ormai soggiogata dalle droghe e dai falsi idoli tecnologici. Si alzò barcollando, aveva ancora davanti agli occhi e nella mente quel mondo passato ma così reale, con i suoi intrighi ed il suo dolore. Dovette sforzarsi di mettere a fuoco la stanza di casa sua e nascondere l’attrezzatura prima del ritorno di Gregor. Difatti dopo pochi istanti sentì il famigliare rumore dell’auto che parcheggiava nel vialetto e la porta d’ingresso che si apriva. Gregor aveva la faccia affranta, era evidente che era successo qualcosa di grave. “Rho” disse Gregor prima ancora che lei aprisse bocca, “Quel bastardo mi ha messo in aspettativa. Ora devono prendere una decisione finale sulla mia posizione” disse Gregor tutto di un fiato, quasi che se si fosse interrotto non avrebbe avuto la forza di pronunciare quelle parole. A Rhoana si gelò il sangue, un capogiro la costrinse ad inginocchiarsi per evitare di cadere sul pavimento.
Quando la segretaria la annuncio al direttore Simon Grant, Rhoana si trovò di fronte un aitante 50enne, con solo un vago accenno di capelli grigi sulle tempie ed un fisico invidiabile, segno di lunghe sessioni di palestra. Per un istante la figura di Carlo il Grosso si stagliò sopra quella di Grant e Rhoana dovette sbattere gli occhi diverse volte per rimettere a fuoco la vera immagine. Restò per un attimo sorpresa, si aspettava un vecchio canuto ed arcigno ed invece ecco qui un tipo vincente che accortosi della sua sorpresa sfoderò un cordiale sorriso di benvenuto. La fossetta che si formò sulla guancia le diede il colpo di grazia. Come poteva esserci una donna così fortunata da stare con lui ? Simon che sapeva l’effetto che faceva sulle donne non si scompose e accennò un saluto formale – Buongiorno sig.ra Guttridge, lieto di conoscerla. Cosa la porta qui da me ? – Rhoana si riprese velocemente da quella sorpresa e rispose – Piacere di conoscerla sig. Grant, posso chiederle perché mio marito è stato messo in aspettativa ? – incalzò immediatamente senza troppi convenevoli. Simon la guardò con un sorrisetto quasi sardonico – Subito al sodo vedo!. Bene mi piacciono le donne decise – Rhoana si stupì di quella risposta che sembrava fuori luogo ma ne restò comunque lusingata.
Sig.Grant, mio marito si é meritato il posto nella sua azienda, ci siamo trasferiti da Charlotte a Pasadena per questo lavoro. Da quanto so le prestazioni di mio marito non sono sotto la media da voi richiesta. Quindi le domando, perché lo ha messo in aspettativa? – Rhoana aveva usato un tono che non lasciava dubbi, non se ne sarebbe andata senza una spiegazione plausibile. Simon la stava osservando in silenzio e Rhoana si rese subito conto che il suo sguardo non era rivolto al suo volto ma al suo fisico, al suo seno, alle gambe e a tutto il resto. Si sentì avvampare di rabbia ma solo per un istante. Un flash bianco e un pensiero si manifestò nella sua mente, era sicura di poter ottenere tutto quello che voleva da quest’uomo. Questa consapevolezza la sorprese, ma solo per un attimo, poi lo guardò con uno sguardo ammiccante mentre con la lingua si accarezzava le labbra. Simon la osservò con interesse acuito e cominciò a fantasticare come dovesse essere Rhoana a letto.
Credo che ci sia un modo per chiarire tutto questo – disse Rhoana, avvicinandosi leggermente, il suo sguardo penetrante fisso su Simon. La distanza tra loro sembrava affievolirsi, e l’atmosfera si caricò di una tensione palpabile. – Potremmo discutere della situazione di Gregor in un ambiente più… riservato. Magari un caffè dopo lavoro? disse Simon.
Un sorriso intrigante si formò sulle labbra di Rhoana, come se stesse considerando la proposta. – È un’idea interessante signor Grant. Non posso dire di non essere interessata dalla sua proposta.
Era incredibile come una situazione disperata potesse trasformarsi in un’opportunità, e ora aveva il controllo, proprio come Lisella. – Perfetto. Domani sera, allora. Posso passare a prenderti all’uscita dall’ufficio? disse Simon dandole ora del tu.
Mi sembra ottimo, – rispose Rhoana. – Riguardo alla questione di suo marito, voglio assicurarti che ci tengo a trovare una soluzione. disse Simon in tono più deciso.
Rhoana ripensò all’incontro di Lisella con il Carlo il Grosso e sentì un brivido di soddisfazione percorrerle la schiena.
Il giorno seguente, Rhoana si svegliò con la mente in tumulto, l’incontro con Simon di quella sera risuonava nella sua testa come un melodioso canto di sirena. Si sentiva viva, come se una nuova energia scorresse nelle sue vene, ma ogni respiro era accompagnato da una fitta di nervosismo che non riusciva a scrollarsi di dosso. Mentre si preparava per la scuola, si guardò nello specchio e notò una scintilla di determinazione nei suoi occhi che non aveva mai visto prima.
A scuola, l’atmosfera era tesa. I suoi studenti si erano accorti del suo umore altalenante e, come un branco affamato, erano pronti a sfruttare ogni debolezza. Ma oggi era diversa. Oggi avrebbe dimostrato loro che Rhoana Guttridge non era da sottovalutare. Quando entrò nell’aula, il chiacchiericcio cessò, e gli sguardi si fissarono su di lei.
Quando la campanella trillò, attraversò i corridoi con sguardo fisso davanti a sé, percorrendo la distanza tra la sala insegnanti e la sua aula come un condannato che abbia deciso di affrontare la sentenza a testa alta. Lungo il tragitto, un gruppetto di studenti le tagliò la strada: erano tre, tutti in uniforme, ma ciascuno con una variazione personale che sfidava il regolamento—uno con i capelli tinti di verde, un altro con la felpa sotto la giacca, la terza con un piercing all’arcata sopracciliare. Si guardarono tra loro e, quando lei passò oltre, scoppiarono a ridere senza alcun rispetto, come se il suo ruolo le avesse già tolto ogni autorità.
Entrando in classe, la trovò immersa in un caos controllato: ragazzi che urlavano, altri intenti a scrollare senza vergogna i feed dei social, due che si lanciavano aeroplanini di carta attraverso l’aula. E poi c’era Violet, sempre dietro l’ultimo banco, come un generale che osserva il campo di battaglia e tesse le sue strategie silenziose. La ragazza aveva capelli lunghi, neri come la pece, e occhi neri anch’essi, che brillavano di un’intelligenza maligna e crudele. Aveva trasformato la classe in un suo regno personale e, da mesi, la guerra tra lei e Rhoana era diventata l’unico vero spettacolo degno di nota in quella scuola.
Buongiorno a tutti! – esclamò, cercando di infondere la propria voce con autorità.
Come previsto, la battaglia era appena iniziata: Violet, senza nemmeno alzare la testa dal cellulare, la scrollò una volta di troppo facendo una risatina acida che si propagò a macchia d’olio tra i compagni più vicini.
La frustrazione iniziò a ribollire dentro di lei, un’emozione cui non era abituata.
Gli studenti le sorrisero, sornioni, come se sapessero di poter tirare la corda ancora un po’. Rhoana sentì il sangue pulsare alle tempie, ma decise di ignorare la provocazione e aprì il libro di storia sulla cattedra, voltando le pagine con un gesto rapido. “Oggi parleremo della lotta per il potere nell’Europa medievale,” annunciò, ma il suo sguardo era fisso su Violet, che nel frattempo aveva iniziato a scambiarsi messaggi con la ragazza seduta accanto.
La lezione procedette tra alti e bassi, ogni spiegazione interrotta da mormorii, sottovoce, battutine sussurrate ma ben udibili. Rhoana si sentiva in trappola, come un animaletto in laboratorio, costretto a ripetere i suoi comportamenti in un labirinto di stimoli frustranti. Più cercava di imporsi, più la classe sembrava dissociarsi da lei, come se stesse recitando una parte di cui nessuno capiva più il senso. Eppure, la collera che sentiva crescere dentro di sé era nuova, quasi elettrica: nulla a che vedere con la stanchezza che l’aveva dominata nei mesi precedenti.
A metà lezione, decise di cambiare strategia. “Violet!” – urlò, facendo tremare le pareti della stanza, “vieni alla lavagna.” Un mormorio di sorpresa attraversò l’aula. Violet sollevò lentamente lo sguardo al cielo mentre dal telefono si diffondeva chiaramente ancora una risatina. Rhoana si avvicinò furibonda a Violet che la guardò con aria di sufficienza. Fu troppo per Rhoana che in un impeto di rabbia le sferrò uno schiaffo.
Il silenzio che seguì fu assordante. Gli studenti fissarono Rhoana con occhi sgranati, come se avessero appena assistito a un omicidio. Ma dentro Rohana si formò una sensazione di soddisfazione che non le apparteneva del tutto. Poi capì, era quella di Lisella. Il silenzio che seguì l’eco dello schiaffo fu spezzato solo dal battito accelerato dei cuori degli studenti, ma Rhoana sentì che il suo gesto l’aveva liberata. La tensione nel suo corpo si sciolse in un’onda di adrenalina. Violet, sbigottita, si toccò la guancia come se il colpo avesse risvegliato un istinto sopito.
Ma non c’era tempo per pentimenti. Il rumore della porta d’ingresso dell’aula si aprì di colpo e il rettore Alexander Reinfield apparve sulla soglia, il volto scuro e i lineamenti tesi. Rhoana si sentì gelare. La scintilla di potere che aveva provato svanì nel nulla, sostituita da una paura palpabile.
“Sig.ra Guttridge,” iniziò Reinfield, le parole taglienti come lame, “può accompagnarmi in ufficio, per favore?”
La sua mente corse all’incontro programmato per quella sera e un’ondata di nausea la colpì. Gli studenti la osservavano con curiosità, mentre la tensione si amplificava. Rhoana si alzò lentamente, ogni passo verso la porta pesava come piombo. Quando uscì dall’aula, i mormorii si trasformarono in un brusio di gossip.
A casa seduta sul divano con il cuore ancora in tumulto per l’incontro con il rettore. Le parole dure di Reinfield risuonavano nella sua mente. Ma la sua attenzione era altrove, lontana, nella vita di Lisella. Le memorie della contadina si intrecciavano sempre di più con la sua esistenza. Nella sua mente, le immagini del medioevo si mescolavano con la realtà moderna, e Rhoana sentiva un attaccamento crescente verso la giovane donna.
Si infilò il microvisore e subito si perse nel mondo di Lisella, antico ma molto vivo, più della sua stessa realtà.
Il furto dell’anello era stato scoperto, Carlo il Grosso emise un mandato di cattura viva o morta nei confronti di Lisella. Brunilda fece giungere immediatamente l’avvertimento a Lisella alla quale non restava altro che tentare la fuga. Disperata di notte nascondendosi su un carretto che trasportava botti di vino, Lisella tentò una fuga impossibile. Due guardie fermarono il carretto ed il suo conducente e lo perquisirono. Lisella venne immediatamente catturata anche se tentò con tutte le sue forze di opporsi, spezzandosi le unghie delle mani e il mignolo sinistro. Venne gettata in una cella al buio e completamente spoglia, ma Lisella non si perse d’animo, perché oltre all’anello custodiva un segreto di estrema importanza. Lei portava in grembo il figlio di Carlo il Grande e questo segreto aveva un grande valore.
Rhoana si sfilò il microvisore esausta e una nuova consapevolezza l’assalì: Lisella non era solo una ragazza qualsiasi; era diventata un simbolo di qualcosa che Rhoana non sapeva ancora definire. Per un attimo il mondo si oscurò. Quando riaprì gli occhi, si ritrovò inginocchiata sul pavimento, il microvisore era caduto li di fronte a lei ma anche una forma per un momento indistinta si trovava accanto a lei. Erano i piedi di Gregor, che si stagliava di fronte con sguardo truce.
Gregor fissò Rhoana con gli occhi pieni di furia, le mani serrate a pugno. “Cosa significa questo?” La sua voce era rotta e bassa, carica di tensione. Indicò il microvisore che giaceva sul pavimento, come se fosse la prova di un crimine inconfessabile. “Ho trovato questo. E il test di gravidanza che hai lasciato in giro. Spiegami, Rhoana!”
Rhoana si sentì gelare. Ogni parola di Gregor era un colpo al suo cuore. Il suo respiro si fece affannoso. “Gregor, ti prego, ascolta…” provò a dire, ma la sua voce si spense sotto il peso dell’accusa.
“Non ho tempo per i tuoi giochi! Ti ho dato tutto e questo è ciò che ricevo in cambio?” La sua frustrazione esplose, un vulcano di emozioni represse. “Sei incinta? È per questo che stai cercando di nasconderti nella vita di qualcun altro? Chi è il padre?”
Le parole di Gregor erano come lame affilate, ogni colpo mirato a ferirla. Rhoana sentiva il cuore pulsare nel petto. “Non è come pensi,” mormorò, ma nel suo sguardo c’era una verità che non poteva più nascondere. Rhoana non riusciva a pronunciare più una parola. Quasi sottovoce e con una stanchezza infinita che la avvolgeva come una coperta “pronunciò con un filo di voce “Grant”.
Gregor la afferrò per i capelli da dietro e tirò così forte che Rhoana sentì immediatamente il dolore dei capelli strappati e della pelle lacerata. Incapace di resistere, cadde all’indietro, battendo violentemente la testa. Lo shock la paralizzò per alcuni istanti, ma per Gregoro furono che cominciò a prenderla a calci nel basso ventre. Rhoana sentiva un dolore lancinante ogni volta che la punta della scarpa colpiva con violenza il suo corpo, ma ancora di più sentiva il dolore della bambina, che non poteva capire cosa stesse succedendo e non poteva nemmeno urlare. Una rabbia incontrollabile la prese e, con uno sforzo sovrumano, si alzò, afferrando il pesante posacenere di onice sul tavolo accanto a lei. Colpì Gregor alla testa, che, sorpreso dal colpo, barcollò all’indietro, con un rivolo di sangue che gli sgocciolava dalla tempia. Rhoana si lanciò su di lui per colpirlo di nuovo, ma un improvviso dolore al ventre la fermò. Sentì un calore tra le gambe e vide un rivolo di sangue scendere verso il basso lungo le cosce. Un terrore che non aveva mai provato prima la avvolse come una cappa soffocante. Lisella stava morendo, non riuscì a pensare ad altro, la sua bambina stava morendo.
Sentì tutto svanire: il soggiorno, la luce obliqua che filtrava dalle finestre, l’odore metallico del sangue e il sapore amaro in bocca. Tornarono la rugiada e il vento, una strada di fango e urina, la voce di una madre senza volto che la raggiungeva come l’eco di una vita dimenticata. Ma non era più solo Lisella. Erano entrambe, insieme, come se il dolore avesse trasgredito i limiti della memoria, come se la sofferenza si rifrangesse tra le epoche e il fantasma della bambina – figlia, futuro, sogno e maledizione – ed urlasse con la sua bocca e quella di Rhoana allo stesso tempo.
Una sensazione le si attaccò alle tempie, come il fango del cortile medievale: la sua esistenza era diventata una giostra di ricordi presi in prestito, l’eco di una vita vissuta e ormai estinta. Gregor si chinò su di lei, cercando di scuoterla con la sua solita voce calma e controllata, ma questa volta, tra il sangue e il terrore, nelle sue parole non rimaneva nemmeno una parvenza di autocontrollo. «Cosa ti sei iniettata, Rhoana? Cosa ti passa per la testa adesso?».
Ma Rhoana e Lisella non erano più con Gregor; la vita stava scivolando via tra le sue gambe, entrambe le loro vite. Rhoana crollò a terra, con gli occhi sbarrati. Non aveva più alcun motivo per sopravvivere; se Carlo aveva decretato la sua morte, non aveva scampo… «No, non è così», disse Rhoana a se stessa. Era Carlo o Gregor quello che aveva davanti? Non aveva più importanza, il cuore di Lisella aveva smesso di battere ed insieme la volontà di Rhoana. Lasciò che anche il suo cuore si fermasse. Senza paura, senza dolore, senza rimpianti.
Il mondo si oscurò improvvisamente fino a svanire, sostituito dal logo dell’M.D.C.D., il «Dipartimento per il Controllo delle Malattie Mentali». Aprì gli occhi con fatica. Aveva la bocca secca e si sentiva sporca e sudata. Qualcuno tossì vicino a lei, le scarpe di gomma scricchiolavano sul pavimento di plastica. Il suo respiro le bruciava in gola, una copia malsana del suono di tutti i respiri che aveva fatto prima. Si guardò intorno con una terrorizzante sensazione di déjà vu: la stanza non aveva finestre e le sedie a rotelle erano imbottite con una spugna che odorava di disinfettante e fluidi corporei. Un uomo alto e largo come un armadio, calvo e con due piccole e inutili basette era in piedi davanti a lei, un cartellino con la scritta “Chad” era appuntato sul camice.
“Signora Colinworth”, disse, grattando ogni sillaba come un pezzo di crosta. “Non si preoccupi, ci prenderemo cura di lei”, con voce falsamente persuasiva. «Come l’aveva chiamata? Colinworth?», si chiese sorpresa. «No, sono Rohana», rispose all’uomo con la sola debola voce che riuscì a trovare. L’uomo la guardò con un misto di preoccupazione e pietà: «Certo, Rhoana, come dice lei». Poi si voltò e si diresse verso un piccolo tavolo di metallo, dove c’era una siringa traslucida e orribile. Sul monitor appeso alla parete sopra di lui c’era l’immagine sbiadita di un teschio con una piccola scala graduata appena sotto: «Eileen Colinworth», recitava la scritta, «SISCO fact. 19.3».
La scala graduata terminava a 20 con la scritta «morte cerebrale» in caratteri piccoli.
DISAMBIGUAZIONE – La disambiguazione (in inglese Word Sense Disambiguation o, abbreviato, WSD) è il processo con il quale si precisa il significato di una parola o di un insieme di parole (frase), che denota significati diversi a seconda dei contesti, per evitare che sia ambigua.
