Il mondo in cui non sai più se quello che vedi è reale — è arrivato.

All’inizio del 2026, il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha confermato di utilizzare generatori di video basati su intelligenza artificiale per produrre contenuti da condividere pubblicamente.
Non era una notizia sul crimine organizzato che usa i deepfake. Era una notizia su un governo che usa la tecnologia deepfake come strumento di comunicazione istituzionale.
Non è più fantascienza. È cronaca.
Nello stesso periodo, la Legge italiana 132/2025 ha introdotto nel codice penale un nuovo reato specifico per la diffusione senza consenso di immagini, video o voci falsificate con intelligenza artificiale. In Cina, le startup di generazione video artificiale si moltiplicano a una velocità che gli osservatori occidentali faticano a monitorare.
Il mondo che la fantascienza aveva immaginato — in cui non sai più se quello che vedi è reale — è arrivato.
Non come scenario futuro.
Come presente.
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Ma c’è qualcosa di più inquietante di quanto la narrazione standard sul deepfake descriva.
La minaccia che conosciamo è quella della confusione: non sai distinguere il vero dal falso. La soluzione immaginata è quella della verifica — costruisci strumenti migliori per autenticare i contenuti, insegni alle persone a riconoscere i deepfake, crei catene di custodia digitale che provino l’origine di un video.
Il problema è che questa soluzione presuppone che il danno principale sia epistemico. Che le persone vengano ingannate perché non sanno distinguere.
Le ricerche più recenti suggeriscono che il danno principale è diverso.
Quando il falso è credibile, anche l’autentico diventa sospetto. Non è la credulità il pericolo principale. È il cinismo.
In un ecosistema in cui qualsiasi video può essere stato generato artificialmente, la risposta razionale non è credere a tutto — è non credere a nulla. O meglio: credere solo a ciò che conferma ciò che già credi. Il dubbio, strumentalmente coltivato, diventa più potente della menzogna stessa.
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Questo meccanismo — che i ricercatori chiamano “influenza che sopravvive all’esposizione” — significa che smascherare un deepfake non reimposta la situazione. La diffidenza che ha seminato non scompare con la smentita. Rimane come rumore di fondo che erode la fiducia in qualsiasi testimonianza visiva.
Le conseguenze per il diritto sono già visibili. In Italia e in Europa i tribunali affrontano un problema nuovo: come si usa come prova un video quando qualsiasi video può essere tecnicamente contestato come deepfake? Se il difensore dice “questo potrebbe essere stato generato dall’intelligenza artificiale”, il peso della prova si inverte. Non serve dimostrare che è falso. Basta seminare il dubbio.
Orwell aveva capito la versione precedente di questo problema: il Ministero della Verità riscriveva il passato. La versione contemporanea è più sofisticata e, in un certo senso, più potente. Non riscrive il passato — lo rende indimostrabile. Non mente — crea le condizioni perché la verità non possa essere distinta dalla menzogna.
La domanda narrativa non è “cosa è reale?”
È chi ha il potere di rendere irrilevante la risposta.
E in un mondo in cui la risposta è “chiunque abbia abbastanza larghezza di banda”, la fantascienza non deve più immaginare il futuro.
Deve solo descrivere il presente con sufficiente precisione da farcelo vedere.
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Field Zero è la newsletter di Orbital Protocol — l’accademia italiana di scrittura di fantascienza.
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