L’energia solare è la nuova spezia.

Nell’aprile 2026, quasi il 50% della capacità elettrica installata nel mondo viene da fonti rinnovabili.

Il solare fotovoltaico da solo ha aggiunto 510 gigawatt di nuova capacità nel 2025 — più di qualsiasi altra fonte energetica, fossile o no. I costi sono crollati: oltre il 90% dei nuovi progetti rinnovabili risulta oggi più economico di qualsiasi alternativa basata su combustibili fossili.

È la storia che conosciamo. Il progresso, la transizione, la speranza climatica.

Non è la storia che interessa di più alla fantascienza.

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La storia che interessa è questa.

La Cina controlla circa l’80% della produzione mondiale di pannelli solari. Controlla la raffinazione del polisilicio, la produzione dei wafer, le celle, i moduli. Non sta solo installando più energia rinnovabile degli altri — sta costruendo l’infrastruttura industriale globale del fotovoltaico.

Pensaci un attimo.

Per un secolo, il potere geopolitico è stato legato al controllo dei combustibili fossili. Chi aveva il petrolio aveva il potere — o chi controllava le rotte attraverso cui il petrolio viaggiava. Lo Stretto di Hormuz. I gasdotti euroasiatici. Le sanzioni che affamano un Paese tagliandogli il gas.

L’energia rinnovabile sembrava la promessa di rompere questo schema per sempre. Il sole splende ovunque. Il vento soffia ovunque. Nessuno può nazionalizzare la luce solare. L’energia diventava democratica, distribuita, sottratta ai monopoli geografici.

Ma la tecnologia che cattura il sole non è distribuita.

È concentrata.

E chi la controlla, controlla il sole.

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Non basta avere il sole se non hai i pannelli. Non basta avere i pannelli se non hai le batterie. Non basta avere le batterie se non hai il litio, il cobalto, le terre rare. E la catena di fornitura di questi materiali è altrettanto concentrata geograficamente quanto lo era quella del petrolio — solo in luoghi diversi, con nomi diversi e bandiere diverse.

C’è una frase che circola tra gli analisti energetici in questi mesi: la transizione energetica non elimina la geopolitica dell’energia. La sposta. Dal sottosuolo alla tecnologia. Dal petrolio alle terre rare. Dal Golfo Persico alle miniere di litio in Congo e Bolivia.

Questo è il segnale che la fantascienza non ha ancora raccontato in modo adeguato.

Non la distopia del mondo bruciato dal carbone. Non l’utopia del pianeta alimentato dal sole. Il territorio di mezzo: il mondo in cui l’energia è pulita, abbondante… e di nuovo controllata da pochi. Solo che i pochi stavolta hanno spostato le loro miniere.

Dune di Frank Herbert era una storia sul controllo di una risorsa energetica distribuita sul territorio di un pianeta. La Spezia era il carburante dell’impero. Chi la controllava, controllava tutto. Herbert non stava scrivendo di petrolio — stava scrivendo di qualsiasi risorsa che diventa oggetto di monopolio, in qualsiasi epoca, su qualsiasi pianeta.

Il sole è la nuova Spezia. La domanda narrativa è: chi costruisce i raccoglitori?

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