Il punto di vista come atto di resistenza

Nel 1985, quando Margaret Atwood pubblica The Handmaid’s Tale, le tecnologie di riproduzione assistita sono ancora agli albori, il movimento femminista ha appena attraverso il suo secondo grande ciclo, e la destra religiosa americana è in piena espansione sotto Reagan. Atwood non inventa nulla per il suo romanzo. Afferma di non aver incluso nulla che non fosse già accaduto da qualche parte nel mondo, in qualche momento della storia.

Questa premessa metodologica non è un dettaglio biografico — è la chiave tecnica del romanzo. Il racconto dell’ancella funziona così potentemente non perché immagina un futuro fantascientifico lontano, ma perché costruisce un futuro riconoscibile attraverso una tecnica narrativa precisa: la prospettiva interna di chi subisce il sistema senza riuscire a vederlo intero.

Il problema tecnico: come raccontare Gilead

Atwood si trovava di fronte a un problema narrativo non banale. Il regime distopico di Gilead è complesso — politicamente, teologicamente, sociologicamente. Come funziona? Come è nato? Chi lo governa? Quali sono le sue regole esatte?

La scelta ovvia sarebbe stata un narratore esterno, o un narratore interno con accesso privilegiato al sistema. Atwood sceglie il contrario: Offred, un’Ancella, una donna ridotta alla funzione riproduttiva che non conosce quasi nulla del sistema che la governa. Non vede le decisioni politiche. Non capisce le strutture di potere. Non sa cosa succede fuori dalla sua camera, fuori dalla casa in cui vive, fuori dalla città in cui è assegnata.

Tutto ciò che sa è il suo corpo, la sua memoria del prima, e i frammenti di conversazione che riesce a raccogliere nell’ombra. Questo non è un limite narrativo. È la scelta più precisa possibile per il tema del romanzo.

*Gilead è un sistema progettato per essere invisibile a chi lo subisce. Un narratore che lo vedesse chiaramente ne falsificherebbe la natura.*

La frammentazione come forma di verità

Il racconto dell’ancella ha una struttura insolita che molti lettori trovano inizialmente destabilizzante: la narrazione è interrotta continuamente da digressioni, ricordi, riflessioni che sembrano interrompere il flusso. Offred non racconta in modo lineare. Torna indietro. Si corregge. Offre versioni alternative degli stessi eventi.

Questa frammentazione non è un difetto stilistico. È il modo più onesto per raccontare come funziona la memoria sotto oppressione. Una persona che vive in uno stato di sorveglianza costante, che non può fidarsi di quasi nessuno, che non sa cosa è permesso pensare — quella persona non ha una narrazione coerente e lineare di sé stessa. Ha frammenti, versioni, dubbi su cosa ha davvero vissuto e cosa ha solo sperato.

Atwood porta questa logica fino alle estreme conseguenze: il romanzo termina con un ‘Nota storica’ che è un documento accademico del futuro, in cui studiosi di un’università canadese analizzano il ‘racconto dell’ancella’ come un documento storico di incerta autenticità. Questa appendice — spesso fraintesa come un lieto fine implicito — è in realtà qualcosa di più sofisticato: il sistema narrativo che interroga la propria affidabilità.

Il punto di vista come politica

La scelta del punto di vista in un romanzo politico non è mai neutra. Un narratore onnisciente che descrive un regime distopico dall’esterno produce un effetto diverso da un narratore interno che lo descrive dal basso. Il primo crea distanza critica. Il secondo crea immedesimazione.

Atwood vuole immedesimazione — ma non quella comoda del romanzo d’avventura, in cui ci si identifica con un eroe che resiste e vince. Vuole l’immedesimazione scomoda di chi riconosce, in Offred, meccanismi psicologici propri: la razionalizzazione, l’adattamento, il piccolo compromesso quotidiano che rende il sistema sopportabile. Il punto di vista di Offred rivela non solo Gilead, ma la struttura psicologica della capitolazione — quella che succede prima della ribellione, e che la ribellione richiede di superare.

La domanda che Atwood pone al lettore non è ‘potrebbe succedere?’. È ‘come succederebbe — e come non te ne accorgeresti finché non è troppo tardi?’

Cosa insegna a chi scrive

La lezione principale del racconto dell’ancella per chi scrive speculativo è questa: il punto di vista più limitato è spesso quello che rivela di più — non perché descriva di più, ma perché costringe il lettore a costruire ciò che non viene descritto.

Scegli il tuo narratore non in base a quanto vede, ma in base a cosa la sua cecità rivela sul sistema in cui vive.

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Il racconto dell’ancella è disponibile in italiano nella traduzione storica di Camillo Pennati per Mondadori, recentemente rivista. Atwood ha scritto anche un sequel, I testamenti (2019), che ha vinto il Booker Prize. I testamenti usa tre punti di vista diversi e funziona come testo complementare, non sostitutivo: mostra Gilead dall’interno istituzionale, ciò che il racconto dell’ancella deliberatamente non mostra.

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