MIGRARE O RESTARE

Quando il territorio scompare ma il popolo rimane

Nel 2025 Tuvalu ha firmato con l’Australia un accordo senza precedenti: i circa undici mila abitanti dell’arcipelago del Pacifico – uno degli stati a rischio sommersione più immediata a causa dell’innalzamento del livello del mare – hanno ottenuto il diritto di trasferirsi gradualmente in Australia. Non come rifugiati. Come cittadini con visti climatici, una categoria giuridica che non esisteva prima di quell’accordo e che potrebbe diventare il modello per i prossimi decenni.

Sono i primi visti climatici della storia. E la loro esistenza pone una domanda che il diritto internazionale non aveva ancora dovuto rispondere: quando un territorio diventa inabitabile a causa del clima, cosa succede allo stato che lo occupava? La nazione sopravvive alle persone che la abitano, o muore con il territorio che la definisce?

Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, ogni anno circa ventitre milioni di persone si spostano nel mondo a causa di eventi climatici. Sono già lì, questi migranti. Quasi sempre invisibili nel dibattito pubblico perché si muovono prevalentemente all’interno dei propri paesi – non attraversano confini, non richiedono visti, non appaiono nelle statistiche dell’immigrazione. La Convenzione di Ginevra del 1951 non li riconosce. Il diritto internazionale non ha strumenti per loro.


C’è una distinzione che il dibattito pubblico quasi sempre ignora, e che invece è fondamentale per capire le implicazioni di questo segnale. Non tutti i migranti climatici migrano. Esistono le cosiddette popolazioni intrappolate – persone che vivono in aree a rischio ma non possono o non vogliono spostarsi. Non possono perché non hanno le risorse economiche, perché hanno disabilità, perché le reti sociali di cui dipendono non si spostano con loro. Non vogliono perché la loro identità, la loro cultura, i loro antenati sono legati a quella terra – e abbandonarla significa perdere qualcosa che nessun visto climatico può restituire.

Il problema non è solo dove andranno i migranti climatici. È cosa significa essere costretti a scegliere tra la propria terra e la propria sopravvivenza. E cosa succede a chi quella scelta non riesce a farla.

La narrativa sulla migrazione climatica che circola nel dibattito pubblico è quasi sempre una narrativa di movimento – masse di persone che si spostano verso nord, verso le città, verso i paesi ricchi. È una narrativa che ha la sua verità ma che ignora completamente la dimensione opposta: il restare. Il restare nonostante tutto. Il restare perché altrove non c’è posto, o perché altrove non c’è identità.


La fantascienza ecologica – quella che gli anglosassoni chiamano cli-fi – ha raccontato molte volte il futuro climatico. Quasi sempre da una prospettiva di sopravvivenza individuale o collettiva, di adattamento, di ricerca di un nuovo equilibrio. Kim Stanley Robinson nei suoi romanzi sul clima lavora su questa scala con grande precisione.

Quello che manca nella narrativa speculativa italiana è la storia del restare. Non del resistere eroicamente al cambiamento, ma del restare perché partire significherebbe perdere se stessi – e del modo in cui questa scelta trasforma la relazione con un territorio che sta cambiando intorno a te, stagione dopo stagione, alluvione dopo alluvione, fino a quando non è più riconoscibile.

La storia più difficile da scrivere sul clima non è quella di chi scappa. È quella di chi rimane – e deve decidere ogni giorno se farlo ancora.


Field Zero è la newsletter di Orbital Protocol — l’Accademia della Fantascienza.

Steve Cappelletti

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