IL PREZZO DEL PROSSIMO

Il 25 giugno 2026, 39.668 lavoratori di Hyundai hanno votato sull’autorizzazione allo sciopero. Il 92% ha detto sì. Al centro della vertenza c’erano le richieste economiche consuete — aumenti salariali, bonus annuali — ma anche qualcosa che non si era mai visto con questa chiarezza in una trattativa industriale: il destino dei robot umanoidi sulle linee di montaggio. Atlas, il robot sviluppato da Boston Dynamics, controllata di Hyundai dal 2021, è entrato nelle fabbriche coreane. Il sindacato voleva stabilire se, e a quali condizioni, poteva restare.

I conti li aveva già fatti qualcun altro. Ogni robot costa meno di due anni di stipendio di un operaio.


La domanda che i giornali hanno posto — i robot toglieranno posti di lavoro? — è la domanda sbagliata. Non perché non sia reale, ma perché si ferma in superficie. È una domanda economica che usa il futuro come schermo per non vedere quello che sta succedendo adesso. E quello che sta succedendo adesso è più sottile, e più inquietante.

Il sindacato di Hyundai — 11 round di trattative già falliti, 73.000 dipendenti coinvolti — non ha chiesto di bloccare i robot. Ha chiesto di partecipare ai profitti che i robot producono: un bonus straordinario pari al 30% degli utili netti, circa 25.000 euro a testa. Tradotto: i lavoratori non vogliono fermare la macchina che potrebbe sostituirli. Vogliono partecipare ai guadagni della loro eventuale sostituzione.

Non è la sostituzione che fa paura. È scoprire che esiste già un prezzo per chi sei — e che quel prezzo è inferiore a quello che ti rimpiazza.

C’è qualcosa di filosoficamente vertiginoso in questa posizione. L’operaio che chiede di guadagnare dalla macchina che prende il suo lavoro non sta difendendo il lavoro. Sta negoziando il valore di sé stesso in rapporto al suo sostituto. E lo fa con i numeri in mano: se un robot costa meno di due anni del mio salario, allora il mio valore sul mercato è già definito. Non come persona — come unità economica sostituibile.

Non era mai successo in modo così esplicito. Nelle rivoluzioni industriali precedenti, il confronto tra lavoro umano e macchina era sempre rimasto implicito, mediato dal tempo, diluito nei decenni. Qui è diventato una cifra. Un rapporto di costo. Una voce in un bilancio aziendale.


La fantascienza ha immaginato molte volte il conflitto tra umani e robot. La letteratura del genere è piena di guerre, rivolte, contratti sociali rinegoziati in mondi futuribili. Quasi sempre il conflitto è binario: o i robot sono strumenti, o sono agenti — e se sono agenti, si ribellano. Raramente la narrativa speculativa ha esplorato il territorio intermedio: quello in cui i robot non si ribellano, gli umani non si ribellano, e tuttavia il rapporto di valore tra un corpo umano e una macchina viene ricalibrato in modo permanente, per la prima volta in forma numerica e trasparente.

Quello che la narrativa speculativa italiana non ha ancora scritto è la storia di una trattativa sindacale nel 2031, quando il prezzo del robot è sceso a sei mesi di stipendio. Quando il calcolo non ammette più ambiguità.

Il protagonista che stai cercando non è l’operaio in sciopero. È il delegato sindacale che deve spiegare ai suoi colleghi perché il loro lavoro vale meno di quello che costa sostituirlo — e che firma comunque l’accordo, perché è il migliore accordo disponibile.

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