PROJECT HAIL MARY

Field Zero · by Orbital Protocol · Rubrica ANATOMIA · #9

ANATOMIA

Il compagno che non sa niente — Andy Weir

Spiegare la scienza senza fermare mai la storia

Andy Weir pubblica Project Hail Mary nel 2021, sei anni dopo Sopravvissuto — The Martian, il romanzo che lo ha reso noto insieme al film con Matt Damon. Il protagonista, Ryland Grace, si sveglia su un’astronave con amnesia totale: non sa il proprio nome, non sa dove si trova, non sa perché gli altri due membri dell’equipaggio siano morti nelle loro capsule accanto a lui. Scoprirà, mano a mano che la memoria torna, di essere un ex insegnante di scienze alle medie, reclutato per una missione interstellare disperata verso la stella Tau Ceti: trovare la causa di un fenomeno — un microrganismo che chiamano astrophage — che sta oscurando il Sole e minaccia di spegnere ogni forma di vita sulla Terra.

Il problema tecnico che Weir affronta è quello che affligge quasi ogni romanzo di fantascienza dura: come tieni in piedi una storia che si regge su meccanica orbitale, chimica, biologia dell’astrophage, senza trasformarla in una sequenza di lezioni che fermano il racconto ogni volta che serve spiegare qualcosa?

Il rischio si chiama, nel gergo degli scrittori, “come sai, Bob” — il momento in cui un personaggio spiega a un altro qualcosa che quell’altro già sa, solo per informare il lettore. È il sintomo più riconoscibile della fantascienza dura scritta male: la narrazione si ferma, la voce diventa didattica, il lettore percepisce l’autore dietro al personaggio.

Weir risolve il problema con due dispositivi narrativi che lavorano insieme, e non per caso.

Il primo è l’amnesia stessa. Grace non ricorda niente della missione, quindi ogni informazione di base — chi è, cosa deve fare, cosa è successo prima — non può arrivare come sfondo prima della storia. Arriva solo quando la memoria di Grace, letteralmente, la restituisce. I capitoli si alternano tra il presente — Grace che affronta la sopravvivenza immediata a bordo — e il passato che riaffiora a frammenti, in un ordine che non è cronologico ma psicologico: prima torna quello che la mente protegge di meno, poi quello più doloroso. Il risultato tecnico è preciso: il lettore non riceve mai più informazioni di quante ne abbia Grace nello stesso istante. Il worldbuilding smette di essere sfondo e diventa il mistero centrale del libro — perché sono qui, cosa ho perso, cosa mi sono dimenticato di proposito.

Il secondo dispositivo arriva più avanti, quando Grace incontra Rocky — un alieno arrivato con la propria astronave da un altro sistema, appartenente a una specie che comunica per vibrazione e non condivide con gli umani nessuna lingua, nessuna unità di misura, nessun concetto matematico dato per scontato. Grace e Rocky devono costruire, letteralmente da zero, un linguaggio comune — prima i numeri, poi le operazioni, poi la chimica, poi la biologia dell’astrophage che minaccia entrambi i loro pianeti. Ogni concetto scientifico che Grace insegna a Rocky, il lettore lo impara nello stesso momento, con lo stesso grado di difficoltà — ma incorniciato come dialogo tra due personaggi che stanno costruendo, insieme, un rapporto, e non come una lezione. È una trattativa continua tra due intelligenze che hanno bisogno l’una dell’altra per non morire.

Qui sta la parte più interessante della soluzione di Weir: ogni spiegazione tecnica del romanzo è agganciata a una posta in gioco immediata — la sopravvivenza di Grace, la sopravvivenza di Rocky, la sopravvivenza di due pianeti — oppure alla costruzione di un’amicizia tra due specie che non hanno nient’altro in comune se non il problema da risolvere. Non esiste, in tutto il libro, un solo blocco di scienza che galleggi libero, staccato da un personaggio che ne ha bisogno in quel preciso momento per restare vivo o per farsi capire da qualcuno a cui tiene.

Il prezzo di questa scelta è visibile, e Weir lo paga consapevolmente. La voce di Grace è scanzonata, quasi da sitcom, piena di battute anche nei momenti in cui la posta in gioco è l’estinzione dell’intera specie umana — e per alcuni lettori questo tono attutisce il peso emotivo che una minaccia di quella portata dovrebbe avere. C’è poi un secondo costo, più tecnico: la velocità con cui Grace e Rocky costruiscono un linguaggio scientifico condiviso è, a rigore, implausibile — nella realtà richiederebbe mesi, non le poche settimane narrative del libro. Weir sceglie il ritmo della storia sopra il rigore della plausibilità, ed è una scelta legittima solo perché il lettore, ormai investito nel rapporto tra i due personaggi, accetta la scorciatoia senza farci troppo caso.

La lezione per chi scrive fantascienza tecnica è precisa, e vale ben oltre l’hard SF: se la tua storia ha bisogno di spiegare qualcosa di complesso al lettore, cerca un dispositivo narrativo che renda quella spiegazione un evento della trama, non una pausa della trama. Un personaggio che non sa nulla — per amnesia, per essere alieno, per essere nuovo in un mondo — non è solo un espediente comodo. È una macchina che trasforma automaticamente ogni informazione in conflitto, in relazione, in posta in gioco. La domanda da farsi, prima di scrivere una scena di spiegazione, non è “come faccio a dire questo al lettore” ma “chi, dentro la storia, ha davvero bisogno di saperlo adesso, e cosa rischia se non lo capisce”.

Il racconto che la narrativa speculativa italiana non ha ancora scritto non è quello dello scienziato che sa già tutto e lo dimostra. È quello di due che non si capiscono affatto, all’inizio, e che costruiscono insieme — parola per parola, formula per formula — l’unico linguaggio che potrebbe salvarli entrambi.

Field Zero è la newsletter di Orbital Protocol — l’accademia italiana di scrittura di fantascienza.

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