LA FINE DEL LAVORO

Field Zero · by Orbital Protocol · Rubrica SEGNALI · \#20

SEGNALI

La fine del lavoro

Ogni volta che emerge una nuova tecnologia automatizzante, qualcuno cita il paradosso di Moravec: le cose che gli esseri umani trovano difficili — il calcolo, gli scacchi, la diagnosi medica — sono facili per le macchine. Le cose che gli esseri umani trovano facili — camminare su un terreno irregolare, riconoscere un’emozione su un volto, capire il contesto di una conversazione — sono difficili per le macchine. Per decenni questo paradosso ha rassicurato chi temeva l’automazione: le macchine prendono i lavori di routine, gli umani tengono quelli che richiedono giudizio, empatia, creatività.

Questa rassicurazione sta reggendo sempre meno.

I sistemi di intelligenza artificiale del 2026 diagnosticano tumori con accuratezza superiore ai radiologi su certi tipi di immagini. Scrivono codice. Producono testi legali. Analizzano bilanci. Generano musica, immagini, video. Fanno ricerca scientifica. Non tutti questi compiti, non sempre meglio degli umani, non senza supervisione. Ma la traiettoria è chiara — e quello che sembrava il territorio protetto del lavoro cognitivo sta diventando parzialmente permeabile.


Il dibattito sull’automazione si concentra quasi sempre sulla sostituzione — quanti posti di lavoro spariscono, quanti ne nascono di nuovi, come gestire la transizione. È un dibattito importante ma incompleto, perché si ferma alla superficie economica senza toccare la domanda più profonda.

Il lavoro, nelle società industriali e post-industriali, non è solo un mezzo di sussistenza. È una fonte di identità, di struttura temporale, di appartenenza sociale. L’operaio, il medico, il programmatore, il giornalista non sono solo categorie economiche — sono modi di essere nel mondo, di definire se stessi rispetto agli altri, di giustificare la propria presenza.

Non è la perdita di reddito che fa paura dell’automazione. È la perdita del racconto che facevamo di noi stessi attraverso ciò che facevamo ogni giorno.

Quando il lavoro cambia radicalmente — o quando sparisce in certi settori — questo racconto va riscritto. E riscrivere il racconto di sé stessi è una delle operazioni più difficili che un essere umano possa fare. Richiede tempo, risorse, un contesto culturale che offra alternative credibili. Richiede che esista una risposta alla domanda ‘chi sono se non quello che faccio?’

Per molte persone, questa risposta non esiste ancora. Non perché manchino di immaginazione, ma perché le strutture culturali, economiche e psicologiche che permetterebbero di costruirla non sono ancora state create.


La fantascienza ha esplorato il post-lavoro quasi sempre in due modalità: l’utopia del tempo libero infinito (Culture di Iain Banks, molti romanzi di Ursula Le Guin) o la distopia del lavoro sottratto senza alternativa (praticamente tutto il cyberpunk). Entrambe le modalità saltano il territorio di mezzo: il processo, la transizione, il momento in cui una parte della popolazione si trova a dover riconfigurare la propria identità senza avere ancora a disposizione gli strumenti culturali per farlo.

Quel territorio di mezzo è dove viviamo adesso. Ed è il territorio narrativo più ricco e meno esplorato della fantascienza contemporanea.

Il protagonista di questa storia non è chi perde il lavoro. È chi lo trova ancora — ma non riesce più a capire perché stia facendo qualcosa che una macchina potrebbe fare meglio di lui.

Field Zero è la newsletter di Orbital Protocol — l’accademia italiana di scrittura di fantascienza.

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