
Nel Regno Unito è in corso uno studio clinico che coinvolge 140.000 persone. A ciascuna di loro è stato prelevato un campione di sangue. L’obiettivo è stabilire se un singolo test — combinando analisi genomica e algoritmi predittivi — sia in grado di rilevare la presenza di oltre cinquanta tipi di tumore prima della comparsa di qualsiasi sintomo. I risultati sono attesi nel corso del 2026.
Fermati un momento su questa frase: prima della comparsa di qualsiasi sintomo.
Non stiamo parlando di diagnosi precoce nel senso in cui la conosciamo — una radiografia che mostra qualcosa di sospetto, un esame del sangue che rileva un marcatore fuori norma. Stiamo parlando di qualcosa di strutturalmente diverso: un sistema che legge nella biologia di una persona ciò che quella biologia sta per fare. Non ciò che sta facendo. Ciò che farà.
È la differenza tra osservare e predire. Ed è esattamente la differenza che la fantascienza esplora da settant’anni.
— — —
La prima domanda che questo segnale genera è quella più ovvia, e per questo va messa da parte in fretta: è una buona notizia? Probabilmente sì, almeno dal punto di vista clinico. Intercettare un tumore in fase molecolare, quando non ha ancora modificato il comportamento delle cellule in modo visibile, apre finestre terapeutiche che oggi non esistono. Salvare vite è il punto dichiarato del progetto.
Ma la domanda che interessa a noi — a chi scrive e pensa fantascienza — non è questa. La domanda interessante è un’altra: cosa succede a una persona che sa?
Sapere, in questo caso, non è come sapere che domani pioverà. È sapere che nel tuo corpo è già scritto qualcosa che non ha ancora cominciato a parlarti.
Che esiste un futuro biologico — probabilistico, non certo, ma statisticamente fondato — che qualcun altro ha già letto prima di te. E prima che il tuo corpo te lo dica.
Questo è il territorio in cui la narrativa speculativa eccelle e la cronaca scientifica si ferma.
— — —
Prova a seguire le conseguenze. Non quelle ovvie — le polizze assicurative che chiedono il test, i datori di lavoro che lo pretendono, la discriminazione genetica che diventa la nuova discriminazione di classe. Quelle conseguenze sono reali e vanno scritte, ma sono già state scritte. Gattaca le ha esplorate nel 1997 con una precisione che il presente si ostina a confermare.
Le conseguenze più interessanti sono quelle psicologiche e narrative. Come cambia il modo in cui una persona abita il proprio corpo quando sa che quel corpo porta già una storia futura? Come cambia il suo rapporto con il tempo? Con il rischio? Con la decisione di avere figli, cambiare lavoro, intraprendere qualcosa che richiede anni?
C’è una parola greca per questa condizione: prolepsis. L’anticipazione di ciò che deve ancora accadere. I Romani la chiamavano praescientia. Noi la chiamiamo spoiler della vita.
Ma la prolepsis, nella narrativa, non è mai neutrale. Chi sa prima degli altri detiene un tipo di potere che modifica ogni relazione. Chi sa e non dice porta un peso che deforma la percezione del presente. Chi sa e non vuole sapere — perché esiste anche questa possibilità, il diritto a non conoscere il proprio destino biologico — deve costruire una barriera cognitiva contro informazioni che esistono da qualche parte in un database e che potrebbero essere lette da altri.
— — —
Qui è dove la fantascienza entra e il giornalismo scientifico esce.
La domanda narrativa che questo segnale produce non è ‘il test funzionerà?’ ma ‘in quale tipo di società vogliamo che funzioni?’. E soprattutto: chi siamo, come narratori, quando immaginiamo quella società?
Ted Chiang, nel racconto che ha ispirato il film Arrival, esplora cosa significa sapere il futuro in modo completo e irrevocabile. La risposta che dà è precisa e devastante: cambia tutto tranne la volontà di viverlo comunque. Ma il test di cui parliamo non offre certezze — offre probabilità. E le probabilità sono molto più difficili da abitare delle certezze, perché non permettono nemmeno la pace dell’accettazione.
Uno dei compiti della fantascienza è abitare questi spazi prima che la realtà ci arrivi impreparati. Costruire i mondi in cui questi strumenti esistono — con tutta la loro complessità, le loro asimmetrie di potere, le loro implicazioni per l’identità e la scelta — è un atto preventivo.
Non di allarme, ma di preparazione.
Il segnale è già nel sangue.
La storia è ancora tutta da scrivere.
Field Zero è la newsletter di Orbital Protocol — l’Accademia italiana di scrittura di Fantascienza. Se questo pezzo ti ha fatto venire voglia di scrivere qualcosa, è esattamente quello che doveva fare.
Steve Cappelletti
Grazie per aver letto Field Zero!
Iscriviti gratuitamente per ricevere i nuovi articoli e sostenere il mio lavoro.
